Federazione Italiana Teatro Amatori
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Festa del Teatro - Quarta Edizione
L'attore Filodrammatico: Istinto o Tecnica?
24 ottobre 2004 - Auditorium Comunale - Mozzate (CO)
Ettore Cibelli Fabio Battistini Sergio Masieri Roberto Zago Conclusioni I giovani dell'Accademia FITA Ricordo di Luciano Beltrami
La Quarta Edizione della Festa del Teatro all'Auditorium Comunale di Mozzate
TeatroAnche quest’anno, il Comitato Regionale della F.I.T.A. Lombardia, ha organizzato l’appuntamento (forse il più importante appuntamento annuale) che vede interessate e coinvolte le compagnie filodrammatiche iscritte alla F.I.T.A. Lombardia. Questa volta però, la Festa del Teatro, si è caricata di due importanti segnali. Il nuovo Comitato Regionale (insediatosi il 27 giugno 2004) si è prefisso, tra l’altro, due importanti obiettivi che intende realizzare nei quattro anni del mandato ricevuto. Un primo obiettivo è quello del ‘decentramento’. Tutti sappiamo che, più del cinquanta percento delle compagnie F.I.T.A. Lombardia sono compagnie costituite in Milano e provincia. La stessa Festa del Teatro, nelle precedenti tre edizioni, si è sempre svolta in teatri di Milano o provincia. La scelta di portare la Festa del Teatro a Mozzate in provincia di Como va in questa direzione. Si tratta, ovviamente, solo di un primo segnale del lavoro di decentramento a cui il C.R.L. sta lavorando. Parte integrante di questo progetto di decentramento consisterà anche nell’individuazione ed elezione di nuovi comitati provinciali (dove possibile). A tale scopo, e qui la seconda novità della quarta Festa del Teatro, si è voluto ‘aprire’ e, quindi, invitare a partecipare alla manifestazione anche quelle compagnie teatrali che, operano sul territorio ma non appartengono ad una Federazione Teatrale. Questa novità ha visto la presenza e l’interessamento di nove compagnie provenienti dalle province di Como, Varese e Milano. Queste compagnie hanno avuto così modo di conoscere tutte le iniziative e le attività promosse dalla F.I.T.A. Lombardia, oltre che l’organizzazione della Federazione stessa.
 
Ettore Cibelli presidente F.I.T.A. Lombardia
Ettore Cibelli Siamo al 4° convegno. Vi rammento i tre precedenti:
2001 - Filodrammatici e professionisti: due facce della medesima realtà
2002 - Relazione Regista-Attore-Testo
2003 - Il teatro amatoriale all’alba del 3° millennio: botteghino o cultura?
Sono stati tutti molto interessanti anche per i riscontri avuti da chi di voi era presente. Sono convinto che il convegno di oggi non sarà da meno sia per contenuti, sia per gli autorevoli relatori, sia per la consistente presenza dei nostri filodrammatici.
Come procediamo? Con una mia breve introduzione alla tematica; seguiranno le tre relazioni di Fabio Battistini, poi Sergio Masieri e quindi Roberto Zago.
I Gruppi filodrammatici riuniscono, senza discriminazioni, elementi dalle più eterogenee provenienze: giovani, anziani, casalinghe, pensionati, operai, studenti, laureati. Tutti cominciano o perchè coinvolti dall’amico o dal parente, o per un desiderio di mettersi in gioco, oppure per una innata vocazione. Normalmente i professionisti fanno l’accademia e poi salgono su di un palcoscenico. I filo invece, cominciano dal palcoscenico utilizzando le proprie capacità naturali – l’istinto. La recitazione istintiva è di colui che segue i propri impulsi immediati, arazionali, di solito naturali e legati alla propria cultura più che all’analisi, al ragionamento, alla riflessione. L’istinto evoca uno splendido fiammeggiante magma vitale da cui emergono, come lapilli, emozioni, parole, suggestioni, percezioni bellissime e violente. Ma a volte anche confusione e quindi, l’incapacità di comunicare. Se pensiamo invece alle tecniche, vi è in alcuni la tentazione di considerare il complesso delle tecniche espressive, si come un mezzo per porgere al meglio le parole del testo, ma anche come un filtro che rende le emozioni glaciali, costruite.
Si assiste in effetti ad una sorta di diffidenza in ambiente filodrammatico quando ci si trova di fronte alla parola tecnica (formazione). L’attore filodrammatico si crea le autodifese trincerandosi spesso dietro la mancanza di tempo, l’idea di vago divertimento e spesso, anche al suo pressappochismo. Ma un filodrammatico, se vuole crescere, deve necessariamente valutare le proprie opzioni attorali e quindi, sintetizzare le proprie qualità naturali con la propria vocazione. Allora si creano esigenze che non si riesce più a soddisfare con il solo istinto, bensì serve la tecnica, ossia la formazione. L’attore di solito, deve utilizzare tutta la sua creatività per coniugare l’impatto tra finzione e verità, per rendere credibile il suo personaggio. Per realizzare ciò, basta il solo istinto?
Non sarebbe meglio se i nostri registi insegnassero ai loro attori a recitare, a muoversi, prima di richiedere loro di diventare personaggi, prima di farli salire su di un palcoscenico? Registi ed attori debbono convincersi dell’importanza della formazione continua (frequentare laboratori, corsi, studiare, leggere, andare a teatro…)? E’ indispensabile avere un bagaglio di regole? Siamo convinti che il talento sostenuto dall’istinto è una condizione indispensabile, ma non sufficiente?
Non è forse vero che per esprimere il talento in tutta la gamma delle sue possibilità, occorre un esercizio continuo, un allenamento? Quindi, vogliamo restare al palo col titolo di questo convegno "istinto O tecnica" oppure passare al più realizzante, professionale "istinto CON tecnica"?
Sono sicuro che i nostri relatori ci daranno un importante aiuto nella discussione.
 
Fabio Battistini regista
Fabio Battistini L'invito a partecipare a questo incontro mi ha raggiunto a Roma dove mi trovavo per il debutto di Vissi d'arte, vissi d'amare. Una sera con Maria Callas che ha aperto la stagione al Valle di Roma nell'interpretazione di Rossella Falk, "fiaccola" che ha segnato i miei anni giovanili. Il teatro mi ha affascinato sin da bambino; ho nella memoria una Butterfly e un Rigoletto e la partecipazione a un’operetta, avevo nove anni, realizzata dai maestri della scuola elementare... era il 1949 ... ma La fiaccola sotto il moggio di Gabriele D'Annunzio, vista da almeno tre gruppi di Scaramacai (così si chiamavano i piccoli Carri di Tespi gestiti di solito da due famiglie che si adattavano a vivere recitando in un baraccone di legno, nella pista di un circo o nel portico di un’osteria Il fornaretto di Venezia, Le due orfanelle o La sepolta viva) ha segnato in maniera indelebile la mia vocazione teatrale; ne ho fatto anche una rappresentazione con burattini...quello che mi aveva colpito era il senso del dissolvimento del nucleo famigliare, quella derivazione (ho capito più tardi, dalla tragedia greca e da quello che considero il testo più alto, L’Orestiade di Eschilo)- Ecco il testo di D'Annunzio segnò anche l'incontro con il grande teatro, all’Alighieri di Ravenna nel ‘57 con la compagnia De Lullo-Falk-Guamieri-Valli, protagonista appunto nel ruolo di Gigliola, Rossella Falk.
Finì che andai a Roma a frequentare il corso di scenografia all'Accademia di Belle Arti, mentre per mezzo di Tofano e di Costa frequentavo come uditore l’Accademia d’arte Drammatica.
Per mezzo di Rossella, appassionata Viola della Dodicesima notte di Shakespeare potei frequentare le prove di De Lullo.
Franco Graziosi mi invitò ad assistere alla generale di Un Uomo per tutte le stagioni di Bolt al Teatro della Cometa e lì recitava Paola Borboni, l'attrice che ho seguito fino alla morte.
Zora Piazza la moglie di Luigi Squarzina mi aperse la casa del regista.
L'attore filodrammatico:istinto o tecnica?
Vorrei prima di tutto chiarire che non ho nulla contro l’attore filodrammatico, quasi tutti gli attori hanno fatto i primi passi nel Teatro degli Amatori, ci sono attori non professionisti che valgono tanto i grandi, ma allora in che consiste la differenza?
Vorrei citare un brano di un articolo di Roberto Mazzucco ("Sulla professionalità"), apparso su "Ridotto", n 6/7, giugno-luglio 1980, a fianco di una grande fotografia di Escurial di De Ghelderode, che avevo messo in Scena al Teatrino della Villa Reale, secondo spettacolo della mia carriera e le cui foto furono esposte ad un convegno tenuto sull’autore fiammingo a Genova.
Quando si accetterà il prodotto artistico per quello che realmente è, un prodotto qualunque? L'arte viene dopo. E' una conquista, non un dono. E' vero: il prodotto qualunque sa di industria culturale e questa sa di reificazione, di mercato e di scambio. Ma il prodotto culturale ha la possibilità, unico fra tutti, di venirne fuori, aiutato dal tempo e dallo spazio. Se resiste insomma ai tempi che passano e piace dovunque, allora si trasforma e diventa arte. Nel settecento fabbricarono tante sedie. Qualcuna ha valicato i secoli e le montagne ed oggi à un oggetto artistico che costa centinaia i migliaia di lire.
Dov’è insomma lo spartiacque tra professionalità e non? Non esiste alla base tra chi arriva senza scuola e chi arriva con i diplomi e non esiste al vertice perchè non sono professionisti neanche i grandi artisti che costano settecento milioni e producono spettacoli dinanzi a ventiquattro persone. Altra faccia del dilettantismo.
In forma lievemente paradossale, potremmo dire che nella professionalità si entra dopo un riuscito tirocinio e se ne esce dopo successi clamorosi (prefabbricati o autentici che siano). L'antitesi dilettantismo-professionismo (che meglio direbbesi antitesi, spontaneismo-professionalità e ancora meglio base-corporazione) è falsa antitesi, i termini non sono in dialettica contrapposizione. Sono falsi termini di un’alternativa che non esiste, tranne che nei dati economici. Ma, come disse Faulkner, il vero scrittore non deve badare né al successo né al guadagno. Il resto verrà da sé. Produrre e basta. È la qualità del prodotto quella che conta. Il teatro -storicamente provato- si riproduce per partenogenesi. Non ha padri. Dalla sua massa sussultante, fantasmagorica, piena di seduzioni e di attrattive, nascono molecole che si sviluppano e, talvolta, si impongono e si sostituiscono alle parti che invecchiano e incancreniscono
L'attore filodrammatico: istinto o tecnica?
Io dico istinto. E tecnica.
L'istinto ci deriva dalla gloriosa Commedia dell'Arte, che è proprio "nostra"; la tecnica si impara con lo studio. Lo studio è necessario. Non si improvvisa: l'improvvisazione è frutto di un lavoro preciso e costante.
Potrei ora continuare a parlare con le mie parole, ma preferisco portarvi una serie di esempi concreti: ho scelto due attori campione Ettore Petrolini e Paola Borboni; due autori, un critico, un teorico della scena e brani di interviste.
Comincerei dal copione che ho appena diretto sulla Callas:
In arte non ci sono strade comode, come nella vita, dove invece ce ne sono molte. Non si arriva su un palcoscenico così, per magia. Prima c’è sempre un'entrata e poi un’uscita. L'ARTE è ciò che sta in mezzo. Contano soltanto disciplina, attenzione, tecnica e coraggio. Se devi stare quassù nuda a farti giudicare non puoi permetterti d'essere fragile, ogni recita è una battaglia
- È Falk-Callas che parla
Noi viviamo per l'applauso.
A volte è l 'unica cosa che abbiamo.
Con il passare degli anni ho sempre avuto meno certezze, ma di una cosa sono convinta. Quello che noi facciamo, noi artisti, è importante. La bellezza è importante, e noi la diamo a voi.
Luigi Pirandello scriveva a Virgilio Tal1i, che nel 1917 gli aveva messo in scena la prima di Così è se vi pare:
Quando io dirigerò, gli attori dovranno studiare la parte a memoria, nel silenzio della loro camera... studiare e studiare il personaggio
Quando Petrolini tornava da qualcuna delle sue frequenti gloriose scorribande all'estero, - scriveva Ettore Romagnoli in un profilo del grande attore, intitolato "La professionalitàdell'improvvisazione"- gli amici lo aggredivano nell'ospitalissimo camerino: Beh, Petrolini come è andata a Parigi, a Londra a Buenos; Aires?- E il grande buono e caro Ettore aveva una sua risposta prediletta: Ho fatto il romano.
Era vero. Parte del suo successo era dovuto alla sua mordacità romanesca, alla prontezza di rimbecchi estemporanei, alla suggestiva chiarezza d'eloquio e di gesti che rendeva intelligibile l'arte sua anche a pubblici stranieri e di lingua differentissima. Qualità non c’è dubbio,essenzialmente romane. (...) Ma la grandezza della sua arte brillava dalla congiunzione di due poli che difficilmente arrivano a congiungersi.
Uno, l'estro: e tutti sanno quanto fulgido e costante fosse in Petrolini, che ogni sera si lanciava intrepido nel terribile cimento della improvvisazione. L'altro, ignoto ai più e non sospettato, consisteva in una profondità di mente ed una fondamentale serietà che l'avrebbero elevato al primo posto in qualsiasi attività umana. Ne erano visibili aspetti una sete di sapere che dalla ignoranza quasi assoluta della prima giovinezza lo aveva condotto ad una cultura che in alcuni campi (per esempio nel teatro) confinava con l'erudizione.
Petrolini aveva cominciato come semplice artista di varietà. con canzonette e macchiette del repertorio comune ma ben presto prese a crearne di nuove (Salamini, Canzone guappa, Divorzio al parmigiano); poi sviluppando quelle macchiette arrivò a vere e proprie commedie satiriche (Chicchignola, Mustafà), fino ad arrivare ad acquistare alla sua arte quella del tragico, basti pensare alle ultime scene di Agro de limone, che è poi la trasposizione in romanesco di "Lumìe di Sicilia" di Pirandello.
Di Paola Borboni che aveva iniziato a recitare a 17 anni ed aveva continuato sino a 94, scriveva Giovanni Raboni in occasione della sua morte:
Mi è accaduto di parlare di Paola Barboni una e trina e mi sembra giusto tornare brevemente su quell'immagine ora che lei, dopo aver flirtato tanto a lungo con l'immortalità ha cominciato a guardarla fieramente in faccia, a darle davvero del tu. In principio, dicevo, agli albori suoi e del secolo c’è la giovane, affascinante primadonna del teatro leggero, quella sul cui seno audacemente scoperto si mobilitarono secondo una battuta famosa, più binocoli di quanti ne fossero stati usati in mezzo secolo di prove ippiche a San Siro; poi a partire dagli anni Trenta, e sino al terribile spartiacque del secondo conflitto mondiale- l'attrice drammatica, la grande interprete pirandelliana coraggiosamente, tenacemente maturata al fianco di Ruggeri; infine, negli anni del dopoguerra, la Barboni che tutti abbiamo conosciuto e amato, la Borboni capace di trasformarsi a poco a poco e, se così si può dire, incessantemente, con la gradualità fatale che fatalmente accompagna il compiersi di una vocazione e di un destino, in interprete senza ruolo, nel personaggio, anzi nel mito di se stessa...
Cosa si può chiedere, cosa si può pretendere di più da un’artista?
(Giovanni Raboni. in Premio Pistoia Teatro 1994-'95 a Paola Borboni)
Sull'interpretazine dell'attore ho scelto questo brano del critico Roberto De Monticelli, a proposito del Cosi è (se vi pare) diretto da Franco Zeffirelli nel 1984:
Paola Borboni ci ha dato una vera e propria lettura del personaggio, perchè alla sua dolcezza naturale, alla senile tenerezza, ha aggiunto qualcosa di luttuosamente enigmatico, un tocco quasi di consapevolezza misteriosa che non toglieva nulla al dolore della povera madre rassegnata o allucinata (come, appunto pare) ma nello stesso tempo faceva capire che i due protagonisti del dramma ignoto (la signora Frola e il signor Ponza suo genero) non vanno esenti dalla raziocinante ambiguità pirandelliana; sono, sì, due vittime della crudele curiosità di quella società di provincia, ma ne mettono in crisi (e Laudesi si affanna invano a spiegarlo) le certezze, fanno crollare quelli che Leone De Castris chiama i suoi "idoli gnoseologici", cioè i tabù della conoscenza che in questo caso sono i luoghi comuni non di ciò che è, ma di ciò che appare. Appoggiata alle sue stampelle, la signora Frola della Borboni non è dunque una vecchina patetica, ma una grande vecchia tragica: cui i toni dello smarrimento senile, certi tristissimi mezzi sorrisi fra la dolcezza e la stizza aggiungono strazio. Così come la grande dizione illumina il concertato di Pirandello, quel misto di passione e ragione che lo innerva.
Alla domanda se esisteva, secondo lui, una tecnica di recitazione a cui fare riferimento e come faceva ad "entrare" nel personaggio, Gianmaria Volontè, milanese, ma vissuto a Torino, il tipo dell'attore moderno, intelligente, nevrotico e politicamente impegnato, rispondeva:
"Non entro e non esco. Mi metto lì con tanti materiali e tante cose. Calarsi o non calarsi sono luoghi comuni, non esiste secondo me una tecnica unica, precisa. Si può interpretare un personaggio in totale immersione, ma anche al contrario. So bene che in questo paese tutti pensano che si può essere attori in qualsiasi momento e invece non è vero. Sono discipline che richiedono anni di frequentazione. Ora dirvi come si svolgono le mie 8-10 ore di lavoro, qui a questo tavolo con i miei quadernetti, la mia pazienza, il mio riflettere, il mio dedicarmi alla documentazione, è imbarazzante".
Gianmaria negli ultimi anni - ricordava Ferruccio Marotti - leggeva e rileggeva Stanislavskij con grande piacere e interesse, però aveva sempre Brecht come punto di riferimento. E questo perchè aveva un approccio al lavoro graduale, non analogo a quello caratteristico di altri attori di tradizione italiana, che invece prediligono l'immediata adesione, l'istinto
Volontè amava definirsi un attore strehleriano; era "passato" appena al Piccolo ma riconosceva la lezione di Strehler, e Luigi Squarzina che al Piccolo l’aveva diretto ne La congiura di Giorgio Prosperi notava: "Volonté è un attore sostanzialmente diaframmato… non c'era nulla di passionale nella tecnica. Il risultato era molto passionale ma nella tecnica era assolutamente diaframmato, cioè diceva, tendeva a dire, a dire molto. Era una tecnica che in quegli anni si faceva strada".
Del resto chi come me ha avuto la fortuna di vedere nel 1959, in tv, L'idiota di Dostoevskij, ha ben presente come il personaggio che interpretava (Rogozin) sbalzasse sul confronto con il principe Miskijn di Giorgio Albertazzi
Sul tipo di approccio che l’attore deve avere verso il testo ho scelto una pagina del grande attore e regista Jean Louis Barrault dal suo 1ibro importantissimo "Riflessioni sul teatro", Sansoni. 1954:
Lo studio delle poesie è un esercizio prezioso per gli attori. Ma non dev’essere un pretesto per mettere in valore un attore, dev’essere esclusivamente al servizio di quella poesia. È un’altra evidenza. Non bisogna dunque rappresentare quella poesia, ma non basta neppure dirla semplicemente. Bisogna mettersi in un certo "stato", che vi permetterà di dire semplicemente la poesia. Questo stato è lo studio del poeta, è l’amore che si prova per il poeta che può fornirvelo. È una sorta di stato di grazia, prodotto da una concentrazione d'amore
L'amore..
Ricordo che quando conobbi Paola Borboni, avevo 22 anni, lei che era nata il primo gennaio del '90O, sessantadue. Alla mia pacata e certamente sprovveduta dichiarazione di voler impostare i quattro anni di scenografia in un progetto - allora era una novità – sull’opera di Pirandello, mi disse:
"Fai bene! Ma ricordati, caro Battistini che Pirandello è un autore che bisogna AMARE..." lo disse proprio così, allargando le sillabe
Quanto l’ho studiato e quanta fatica! C’erano delle volte che non riuscivo a capire niente e allora scaraventavo il libro per terra; ma poi lo riprendevo e mi buttavo a leggerlo con maggior accanimento. e pian piano tutto si chiariva
Confesso che scendendo le scale di Via degli Artisti, dietro il teatro Sistina, dove abitava, quell' AMARE mi sembrò un po’ eccessivo... che voleva dire AMARE un autore?... avevo 22 anni, ero un po’ timido, abbastanza sprovveduto e poi venivo da Cervia e la Roma del '62 era proprio la Roma della Dolce vita di Fellini, Poi ho capito cosa vuol dire AMARE un autore... e anch’io ho amato Pirandello... e quanto ho ricevuto da questo autore che ancora mi accompagna!
Vorrei concludere con una citazione di Gigi Proietti che in un intervista del '96 affermava:
"Piaccia o non piaccia un mio modo di fare teatro l’ho inventato. È a base di schegge, frammenti, consonanze, contaminazioni. Questa specie di ciclico esperimento sul linguaggio prese piede 20 anni fa nel 1976 con lo spettacolo A ME GLI OCCHI, PLEASE! Ora sto rileggendo Brecht e trovo conferma di quanto lui stesso fosse un grande teorico della frantumazione della forma… Quello che m’interessa è l’attore solitario… Viviani o Petrolini. Petrolini con tutto il rispetto è stato anche inventato da me e non solo imitato. Lui era il Dio della pausa, mentre io con il suo repertorio affondo sempre il pedale della velocità dei ritmi sostenuti".
Ecco. Ho terminato. Quello che voi fate è importante. I sacrifici, la passione, l'amore che ci mettete, è importante. Anche se poi la vostra strada non sarà quella dell’attore e forse sarà un’altra, forse sempre con uno sbocco artistico…
Dimenticavo: Vi ho portato una pagina della rivista "Sipario" del 1949 che ho trovato per caso, in un numero sparso. La pagina è dedicata al Teatro degli Amatori e c'è una notizia che riguarda una rassegna di commedie italiane nuove al teatro della Cassa di Risparmio di Milano in via delle Erbe - È un teatro che per fortuna c'è ancora -
A proposito di Mita e Golù di Rognoni, data dalla compagnia La Baracca composta di giovani studenti e diretta da una certa signora Irma Vassia, la cronista, Alessandra Hentschker dice:
Julia De Palma, appena diciassettenne e Alberto Lionello, pur giovanissimo hanno rivelato nelle parti di Mila e Golù qualità interpretative di prim'ordine”
ALBERTO LIONELLO è stato un grande attore, versatile e impegnatissimo. JULA DE PALMA, invece non ha fatto l’attrice, ma ha profuso la sua classe nella canzone, in interpretazioni moderne e molto appassionate e vi assicuro che non ha mai dimenticato l’esperienza di attrice amatoriale
 
Sergio Masieri attore, regista, direttore di doppiaggio
Sergio Masieri Buongiorno a tutti. Prima di tutto vorrei ringraziare due compagni di viaggio: il Presidente Ettore Cibelli e Sergio Scorzillo, per aver avuto il coraggio di invitarmi come oratore a questa Festa del Teatro. L’invito mi ha fatto ritrovare Fabio Battistini, che condivise con me il successo di "Aspettando Godot" di Beckett 35 anni fa, come ha appunto ricordato poco fa.
Tengo subito a precisare che questa è la prima volta che mi capita di parlare in pubblico di un argomento tanto delicato e particolare come la professione dell’attore. Quindi sono piuttosto emozionato, e, anche se qui davanti a me ho degli appunti, conoscendomi non so dove andrò a parare. Credo che sia proprio per questo che Ettore mi ha invitato: perchè ha sentito in me il lato più naif dell’essere attore. Parafrasando Petrolini, citato da Fabio, Son contento d’esser qui, ma mi dispiace / mi dispiace d’esser qui, ma son contento: voi non potete immaginare quante volte mi sono dato del cretino per aver accettato! D’altronde me lo sono dato tutte le volte che affrontavo qualcosa per la prima volta, che facessi teatro, televisione, doppiaggio o altro. Tutte le volte che stavo per entrare in scena mi dicevo: "Ma chi me l’ha fatto fare!". Ma io penso che faccia parte dell’attore desiderare di essere protagonista di qualcosa, e al tempo stesso di fuggirne. Io sono terribilmente insicuro e timido, come credo sia la maggior parte degli attori. Forse sarà per questo che abbiamo scelto di fare questo mestiere: per uscire da noi stessi, e vestire altri panni.
Il tema di oggi è: L’attore filodrammatico: istinto o tecnica? Bene: immaginate di trovarvi in Africa, nel bel mezzo di una danza tribale in cui venite coinvolti. Ebbene, basterà poco per capire chi emergerà, chi si farà naturalmente guardare e seguire, e chi, invece, rientrerà ben presto nel ruolo dello spettatore, pur affascinato da ciò in cui hanno voluto coinvolgerlo. E non necessariamente i nuovi danzatori avranno già partecipato a balli tribali: semplicemente, qualcosa dentro di loro avrà riconosciuto quel linguaggio, e nulla sarà risultato più naturale che adottarlo e renderlo proprio. SE SI HA QUALCOSA DA ESPRIMERE SI RIESCE A FARLO, IN QUALUNQUE CIRCOSTANZA. Non sono la provenienza o la formazione a contare: se c’è talento, questo verrà fuori, anche a livello dilettantistico.
La differenza verrà fuori in un secondo tempo, fra chi sceglierà di educarlo, di seguire fino in fondo, costi quel che costi, la propria chiamata, e chi invece, per svariate ragioni, cambierà strada o rimarrà dilettante. Oggi come oggi ci sono moltissimi attori (almeno così si fanno chiamare) che non sono passati attraverso questa vocazione, e nemmeno attraverso una vera passione per il teatro.
Sono arrivati alla ribalta grazie a talk-show oppure da veline e simili, ma per il grande pubblico televisivo sono improvvisamente attori a tutti gli effetti. Io, però, sto parlando di attori teatrali: perciò ben venga l’attore filodrammatico, cioè, come lo definisce il vocabolario, colui che ama e si dedica al teatro in maniera dilettantistica! Vi confesso che questa parola l’ho sentita usare in termini dispregiativi, spesso intendendo coloro che, benchè professionisti, recitano con un’enfasi esagerata. Se è così, vi assicuro che tra i filodrammatici ci sono dei seri professionisti, come tra i professionisti ci sono dei veri filodrammatici! Tornando all’argomento in questione, vi sarete accorti che ho aggiunto un altro sostantivo, VOCAZIONE. Sì, perchè io credo che ESSERE attore sia una vocazione, in quanto colui che sceglierà di fare questo mestiere dovrà affrontare tanti sacrifici ed umiliazioni. Io qui rappresento l’istinto piuttosto che la tecnica: non essendo uscito da una scuola di teatro ho dovuto impararla sul campo, giorno per giorno. Ma colui che avrà l’insieme di vocazione ed istinto sarà già sulla buona strada per diventare protagonista di questa forma di espressione, da molti definita arte (e pensare che un tempo gli attori venivano sepolti in terra sconsacrata…). Sono inoltre convinto che attori si nasce. E’ nel nostro DNA. Un padre che racconta o legge una fiaba al figlio lo fa con l’intento di far addormentare il piccolo, e ci riesce; l’attore padre, se racconta o legge la stessa fiaba, terrà suo figlio sveglio, con gli occhi spalancati, fino alla parola fine, e dovrà chiamare la mamma con la camomilla per addormentarlo!
Le scuole di recitazione possono, e devono, insegnare all’attore-allievo a sostenere la voce, la dizione, la respirazione, la gestualità; ma soprattutto devono insegnargli a trovare l’ANIMA, devono insegnargli il PERCORSO DELLA PAROLA. Spesso mi sono trovato a lavorare con attori e doppiatori dotati di una tecnica fantastica, ma privi di anima. Sentivo che nelle loro parole mancava qualcosa: bravi, senza dubbio, ma non riuscivano mai ad emozionarmi. L’Attore con la A maiuscola deve far uscire la parola attraverso il tempo del pensiero: leggere quanto scritto da un altro, farlo entrare dentro di sé e farlo uscire di nuovo verso gli altri attraverso, appunto, un percorso: cervello, cuore, anima, occhi e voce – questo è, per me, il tempo della parola. Quando un allievo-attore o un filodrammatico avranno imparato questo diventeranno ciò che desiderano essere: attori veri. Ma nessun insegnante potrà insegnare ad essere attore a chi non lo è! L’ATTORE NASCE ATTORE, COME IL POETA NASCE POETA: non si può insegnare a recitare, come non si può insegnare a scrivere poesie o a dipingere fiori che emanino un profumo. Vedete, anche in questo mi contraddico, perché mi piacerebbe molto insegnare, e dal momento che io non ho seguito nessun corso di recitazione, lo farei in maniera istintiva, come ho già fatto con tanti corsi di doppiaggio. Potrei, se non altro, trasmettere la mia esperienza, e tutta la sofferenza che questo mestiere mi ha dato (oddio, anche tanta gioia!).
Quando avevo sette od otto anni sapevo già che da grande avrei fatto l’attore. Se ci pensate bene, il primo gioco a cui giochiamo da bambini è quello dell’attore! Noi maschietti giocando ai cow-boys, o al dottore (cosa che a me piaceva molto…), le bambine a fare le signore e le mamme con le bambole. Ma io facevo qualcosa di più: quando marinavo la scuola elementare con un mio amico, per non farci beccare ce ne andavamo su una collina appena fuori Prato, mia città natale.
Lì, dietro ad un convento di Cappuccini, si passava la mattinata a recitare le frasi più ad effetto che avevamo sentito la domenica pomeriggio al cinema dell’oratorio. Chiaramente erano tutti film western o di pirati. Gli attori? John Wayne, Alan Ladd, Gary Cooper e così via. Potrei andare avanti con questo racconto, perchè credo sia incoraggiante per coloro che, AVENDO LA VOCAZIONE, vogliono ESSERE attori: gli esempi di una vita non tradizionale per qualcuno possono essere significativi. Caso mai alla fine, se non vi avrò annoiato troppo e resterà un po’ di tempo, ne parleremo.
Tornando al tema dell’incontro, io non so quanti di voi in sala siano attori, o quanti intendano esserlo: ma so per certo che è un mestiere bellissimo, anche se difficile da portare avanti. Bisogna proprio avere una grande vocazione. Ricordate che sarete degli eterni disoccupati, perennemente alla ricerca di una nuova scrittura: ma molti, non conoscendo i retroscena della vostra professione, vi invidieranno... Una sera un mio collega fu avvicinato da un signore che, dopo averlo coperto di complimenti, gli disse che anche a lui sarebbe piaciuto essere attore, e fare la bella vita tipica degli attori… Allora il mio collega gli rispose: "E’ vero, noi siamo dei privilegiati: la mattina dormiamo fino a tardi, magari in un bell’albergo, poi il pomeriggio libero ci permette di visitare città ignote o di fare ciò che più ci piace, la notte a cena in ristoranti e poi a ballare… peccato che la sera si debba andare in scena!!!" Già, quando l’attore entra in scena è solo, ancora una volta, per tentare di rinascere diversamente. Essere attori non è amare l’apparire, ma amare enormemente lo scomparire. Il vero attore che recita non aspira a nient’altro con tanta violenza come al NON essere. Un denudato, ecco che cos’è.
Quando un attore entra in scena, sia esso un filodrammatico od un professionista, si vede subito dalla luce che emana, si avverte dalle pulsazioni che trasmette. Ha una magia che gli esce da dentro. L’attore entra in scena nella solitudine, davanti a tutti, cambiando respirazione, per ritrovare le parole scritte. Recitare è prima di tutto una possessione, è riascoltare il respiro, rianimare, riascoltare le voci, ripercorrere i ritmi del testo, misurarsi con esso, far sentire che è lui al servizio del personaggio e non il personaggio al suo servizi... Quello che l’attore deve sempre domandarsi è: "Quale deve essere il mio percorso perchè io sia strumento eccellente della mia arte? Devo compiere un viaggio verso me stesso, o soltanto un viaggio alla ricerca del consenso esterno?". Il mimetismo è un istinto umano che, come ho già detto, esiste fin dall’infanzia: perciò un attore, o un filodrammatico, potrebbe essere colui che ha saputo sviluppare al massimo questo suo istinto il quale, insieme alla vocazione, ne farà un professionista.
Il teatro, più che una professione, è una passione, un mestiere empirico, e l’attore è lo strumentista del suo strumento.
Io avrei finito. Vi ringrazio, e vi auguro di essere ciò che sognate di essere. Ma per esserlo fino in fondo dovete trovare l’anima, e tutto ciò che attraverserà la vostra anima arriverà allo spettatore.
 
Roberto Zago regista, attore, scrittore di teatro e Presidente G.A.T.a.L.
Roberto Zago L’attore filodrammatico: istinto o tecnica? Se analizziamo parola per parola il tema del Convegno vediamo che il sostantivo attore si regge senza altra sospensione ausiliare: attore è colui che agisce sul palcoscenico o altrove, ed esercita l’arte della interpretazione di un altro, che si chiama personaggio, del quale recita le parole e le vicende. Al sostantivo possiamo accompagnare qualunque dicitura o qualifica: attore bravo, eccellente, scarso, discreto, perfetto … Ma evidentemente ciò non basta perchè sentiamo la necessità di definirlo filodrammatico. Questo significa che l’attore può essere tutto quello che abbiamo specificato, con un più di identificazione, ovvero egli è colui che ama fare l’attore per diletto, anzi dal greco è la persona amica del dramma. L’aggettivo lo connota come uno che esercita il teatro, soltanto o prevalentemente, perchè ciò gli piace e ne trova soddisfazione. Per istinto?, come proclama il tema di questa giornata. Istinto: stimolo interno, naturale, che non dipende dalla ragione né dalla volontà. O tecnica? Insiste sempre il tema del Convegno. Tecnica: complesso delle norme da seguire nel praticare un’arte, un mestiere, una scienza, ecc.
Rapidamente abbiamo analizzato la domanda che in breve esige una risposta. La quale risposta è già insita nel tema stesso: l’attore filodrammatico, tale per istinto, si affina praticando il complesso delle norme tecniche per sviluppare la propria arte. E possiamo salutarci in quanto il tema è esaurito e tutti siamo convinti che sia così. Davvero? E se invece la domanda avesse come sottotesto il pregiudizio che l’attore filodrammatico è comunque uno sprovveduto, o un ignorante, il quale si picca di fare teatro senza averne i requisiti e credendosi tale per propria invincibile volontà e inclinazione? E’ assodato che fare teatro è una prerogativa che accade a un numero limitato di persone e ciò fa sì che ciascuno si senta almeno un tantino un privilegiato. Però, un conto è considerare il teatro una passione che urge dentro e alla quale non è possibile sottrarsi; un altro è pensare al teatro come una specialissima condizione vitale che risponde, sì, anche a un istinto che spinge nell’anima, ma chiede nel contempo una consapevolezza che sconfina nell’accettazione dei propri limiti e delle proprie possibilità. Ciò induce al positivo sospetto che l’attore filodrammatico non è una persona in balia del solo istinto, né un fanatico della tecnica a tutti i costi. Poiché se la tecnica non riuscisse a rendere l’attore accettabile, costui dovrebbe cessare di considerarsi attore? E se l’istinto prevalesse sempre e in ogni caso, ed egli considerasse la tecnica un orpello superfluo, l’attore dovrebbe operare in ogni caso al pari di un selvaggio del palcoscenico? Una volta si parlava di attore naturale e attore costruito, ma quanto costruito era opinabile. Considerazioni che costringono a interrogarci sulla valenza di una condizione che non è soltanto un fatto personale. Il teatro, si sa, è formato da tre elementi costitutivi: il messaggio, o testo, l’attore dello stesso e il fruitore ricettore del messaggio. Da qui, l’esigenza di una preparazione accurata per trasmettere il messaggio, che la tecnica aiuta certamente a conseguire, ma insieme il superamento di un atteggiamento personalistico che talora può dimostrarsi una tara o un difetto. Proviamo per un attimo a riflettere l’attore filodrammatico come colui che fa teatro non solo per se stesso, anche!, e con gioia e sofferenza, ma per donarsi a coloro, che chiamiamo pubblico, i quali stanno in attesa di un momento di verità, fatta di emozioni, svago, riflessione, partecipazione comune, aggregazione, provocazione, ripulsa, scoperta … Questa dimensione, mi pare, assomiglia al plinto che sorregge l’edificio/attore, il resto: tutto il resto, poggia per intero sopra tale profonda informazione interiore, e allora istinto e tecnica verranno poste al servizio della consapevole testimonianza di un teatro svolto come dovere sociale e non appena quale appagamento di un sia pur legittimo solipsismo compiaciuto. Penso che uno dei rischi sia quello di pensarsi e volersi bravi tecnicamente, e di sentirsi perciò realizzati. Invece mi piace considerare l’attore filodrammatico un poco educatore, vorrei dire di più: un messaggero di poesia. Gorgkj pensava l’attore come un angelo inviato dal cielo a narrare agli uomini gli abissi della bellezza e della poesia. E angelo vuol dire appunto messaggero.
Inoltre, quando l’attore filodrammatico può sentirsi degno di salire su un palcoscenico? Quando ha coscienza di avere acquisito tutte le componenti tecniche necessarie. D’accordo. Ma quando avviene questo meraviglioso conseguimento: all’inizio, a metà, prima della fine di un ideale percorso personale, scenico o altro? E nel frattempo che cosa fa? Aspetta l’evento? E se nessuno glielo insegna; oppure se egli non ha percezione di tale indispensabile conquista (si ponga mente alle tante compagnie fuori dai circuiti cittadini, nelle valli o in montagna, per esempio, ove fare teatro è quasi recitare allo stato brado), in questo caso smette di essere attore? Penso di no. La libertà dell’attore filodrammatico è talmente grande che gli è consentito di essere attore anche quando non è in possesso dei carismi intrinseci alla sua azione "professionale": uso le virgolette in quanto è al professionista che compete il compito della totale preparazione tecnica. La vera libertà consiste anche nella libertà di sbagliare, persino scientemente. Questo, tuttavia, non esime l’attore filodrammatico dall’affinare le proprie qualità, anzi, deve cercarle nei luoghi preposti: corsi, seminari, incontri, frequentazione dei teatri soprattutto, letture e via elencando. Ma non deve farsene schiavo. Credo che bisognerebbe avere una certa paura dell’accanimento tecnico, e azzardo che è meglio un sano recitare giorno per giorno, prova dopo prova, allestimento dopo allestimento, che il perseguimento a tutti i costi di un costrittivo dettato di moduli, talvolta strani o inusitati, della inseguita perfezione tecnica. La spontaneità è sorella della creatività: lo proclama nei fatti un grande regista come Peter Brook, il quale dopo aver studiato una sua regia nei più minuti particolari e aver chiosato ogni battuta del dialogo, quando si trovò dinanzi i suoi attori in carne e ossa fece volare gli appunti e si diede a improvvisare con assoluta felicità. Allora promuoviamo l’istinto? Assolutamente, no! La spontaneità, che non è istinto, procede dalla intima volontà, sorretta dalla proprietÀ culturale dell’individuo, e ciò dà origine alla creatività, che è il segreto conosciuto di tutte le arti, quindi anche quella dell’attore. Copeau sosteneva che l’uomo della sala deve ripetere le parole dell’uomo della scena, nello stesso momento e con lo stesso cuore, se vogliamo che il teatro raggiunga il suo scopo. E questo, sono convinto, è il massimo che qualunque attore dovrebbe prefiggersi: anche il più modesto attore filodrammatico. Ma il discorso ci porterebbe lontano. Ci porterebbe a scantonare nella sfera della direzione artistica, detta regia, e saremmo fuori tema. Pertanto chiudo, scusandomi del mal detto e soprattutto del non detto. Grazie.
 
Conclusioni - Ettore Cibelli - presidente F.I.T.A. Lombardia
Se il filodrammatico è colui che ama il teatro (amatoriale) e se amore significa dedizione totale, non può (il filodrammatico accontentarsi di una limitante recitazione istintuale o naturale. Momenti di incontri come il nostro sono, tra l’altro, anche uno stimolo a cercare il necessario equilibrio individuale tra "istinto o tecnica" ed "istinto con tecnica". Cercare questo punto di equilibrio, significa cercare la miglior combinazione tra il modo di comunicare e l’istinto vitale e creativo necessario a sostenerlo. E’ un gradino necessario per noi filodrammatici, anche per salire dal semplice "come fare" ad una matura riflessione sul "perchè facciamo teatro".
 
I Giovani dell'Accademia dello Spettacolo F.I.T.A.
Un momneto dello spettacolo presentato dai Giovani dell'Accademia dello Spettacolo FITA Tredici ragazzi di età inferiore ai venticinque anni, provenienti da tredici regioni d’Italia, hanno partecipato ad un laboratorio teatrale organizzato dalla Federazione Italiana Teatro Amatori. Obiettivo del laboratorio non era solo ed esclusivamente la formazione artistica, ma anche lo scambio culturale delle singole esperienze e soprattutto apprendere l’arte dello stare insieme per una settimana ed imparare a conoscersi. Il risultato del laboratorio curato da Roberto Bendia, è stato un gruppo ben affiatato, che ha saputo mettere in scena ed esprime al meglio le potenzialità vocali ed espressive del singolo. Questi ragazzi hanno recitato brani che spaziavano da Pirandello a Baricco riuscendo a trasmettere intenzioni ed emozioni che sono possibili solo attraverso un lavoro di tecnica oltre che d’istinto. Anche questa iniziativa è stata molto applaudita ed apprezzata nel contesto della Quarta Festa del Teatro F.I.T.A. Lombardia.
 
Ricordo di Luciano Beltrami
Daniela La Pira legge un ricordo di Luciano Beltrami Come ha detto Roberto Zago che lo ricordava in un recente convegno, l’amico, il maestro Luciano, ci ha preceduti nella "Compagnia Celeste", lo scorso agosto.
E’ stato un punto di riferimento per molti di noi: era un valido formatore di attori.
Mi ricordo un suo quadernetto, vecchio, sgualcito, ma dal quale uscivano pillole di saggezza per quegli attori che frequentavano i suoi laboratori.
Luciano è da ricordare in modo sereno, col sorriso sulle labbra, come lui sapeva fare con tutti i suoi interlocutori.
Per ricordarlo, credo che il modo migliore sia quello di leggere un suo scritto sul teatro filodrammatico.
LUCIANO un mix fra Marcel Marceau e Don Lurio
Parlare di coloro o chi è per te affettivamente importante, è sempre molto imbarazzante. Se poi queste persone non ci sono più, rischi inevitabilmente di non essere obiettivo, perchè troppo coinvolto, di parte, appassionato ed emotivamente incontrollato.
Vorresti solo gridare quanto ti senta defraudato di una amicizia. Fino a quel momento, non ci pensavi, davi tutto per scontato, "tanto lo vedo domani..", non hai mai quasi ricambiato, se ti soffermi a rifletterci…. non come vorresti e ti sentiresti di farlo ORA.
Decido allora di non cadere nella retorica, ma la sensibilità e il cuore mi tradiranno me ne scuso fin da adesso.
Nella mia mente si affastellano da due mesi, ricordi ventennali; una cosa scelgo fra le altre: l’immagine nitida, distinta di un omino vivace, intenso quanto combattuto, di delicata fragilità, roso da umano tormento, dalla vitalità comunque esplosiva, indomita, artista colto ed autodidatta, individuo semplice, conoscitore del dolore psicologico, della sofferenza fisica, sostenitore dei più deboli e …confusi: LUCIANO Luciano BeltramiLUCIANO un mix fra Marcel Marceau e Don Lurio, poesia e vitalità, movimento, parola…e poi la realtà possibilmente derisa nel suo aspetto più grottesco per cercare di assopire i drammi, condita da tanta tanta ironia.
Presente,e solidale con tutti, dicevo, ma soprattutto a coloro che definiva "i perdenti", i più fragili e, per questo, più amici degli altri.
Per me, innamorata del teatro e rispettosa di ciò che rappresentava, più che alla mia persona, in quegli anni, Luciano divenne una sorta di maestro, faro, mostro sacro, (peraltro umilissimo), sprigionante una forza incredibile, quella che tutti amano chiamare energia.
Quanto ho ammirato la sua tecnica gestuale, il suo interpretar sornione, intelligente e la sua formidabile carica!! Che dire delle sue creature, i suoi personaggi!
Legato in particolar modo al personaggio di Chico in Lazzaro di Pirandello (fantastica e surreale voce della verità), è stato unico nella parte di uno dei due barboni de Gli Ultimi di F.Celenza - Incredibile inquisitore da "La leggenda del sacro inquisitore" de I fratelli Karamazov di Dostojewsky- Grottesco Monsignore, anch’esso inquisitore ne "Veronica Franco meretrice e scrittora" della Maraini- Intensissimo protagonista di "Qui o altrove" di Pinter e poi, per me, preferito…imparagonabile interprete de Le Ultime lune di F. Bordon
Grande talento, sensibilità artistica, disciplinatissimo creativo, ha sempre cercato di insegnare a tutti i suoi innumerevoli allievi giovani e non più giovani) quello che riteneva un concetto fondamentale alla base di ogni lavoro artistico.
(dai suoi appunti) "Quante volte mi è capitato, a fine spettacolo, di udire sperticati complimenti che, poco prima, complice il buio della platea, altro non erano che irrisioni" ... "Bravo questo, in parte quello, regia dignitosa" e altre castronerie. Ci basta? Ci sentiamo gratificati? E’ altro a cui dovremmo puntare, se non altro per giustificare le ore di sonno perdute, la fatica di smettere un abito per indossarne tanti altri.
Perchè ,vi chiederete, questa chiacchierata? Per ridare dignità ad un teatro amatoriale che, se fatto con impegno e senza esibizionismo, nulla avrebbe da invidiare a quello professionistico. Gli uni per altri, con gli altri, per dare un senso alle nostre voci. Per aver diritto ad esistere. E mi sia concesso, visto che l’età e una certa esperienza artistica me lo concedono, per imparare attraverso l’Arte (uso la maiuscola) a conoscerci. E perchè no, ad amarci. Questo dovrebbe essere il sotterraneo tracciato del LABORATORIO voluto da chi ci ha creduto. Un segreto sotterraneo che ci faccia sfociare in più ampi spazi, ad una, forse, ispirata coscienza di noi e coscienza artistica."

(sullo scopo del lavoro di gruppo) "Da noi non ci sono maestri, non ci sono allievi, ma uomini che tentano insieme un’avventura stimolante che in qualche modo dà un senso diverso alla loro vita.
Per qualcuno in particolare, l’esser qui, significa la volontà di rottura da un isolamento che pesa, e nel quale non vuole e non può riconoscersi. C’è fra voi chi mi ha confessato la propria solitudine, il bisogno di amicizia, amore in questo inferno attraversato da disamore. Per quello che mi riguarda, è proprio questa comunione con voi che riesce a dare un senso alla mia vita, che mi aiuta a superare le tante difficoltà che sorgono nel mio intimo"

Grazie Luciano! E come mi dicevi, struggente, nelle ultime battute che mi rivolgevi ne "Le ultime lune" ora anche io ti dico ... CIAOoooooo!