Federazione Italiana Teatro Amatori
Regione Lombardia
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Sito ufficiale della F.I.T.A. Nazionale



Festa del Teatro - Sesta Edizione
Il senso del nostro far teatro filodrammatico oggi
1 ottobre 2006 - Teatro Silvestrianum - Milano
Ettore Cibelli Gaetano Oliva Antonio Zanoletti Conclusioni
Il senso del nostro far teatro filodrammatico oggi
Teatro Silvestrianum - Milano Alla nostra 6^ Festa del Teatro in Lombardia, ci è sembrato opportuno riflettere sul senso del nostro fare teatro amatoriale, oggi, ossia in una società complessa e tribolata di cui noi siamo parte. Per fare ciò, il Presidente Fita Lombardia Ettore Cibelli, ha aperto con brevi spunti di riflessione per poi passare la parola a due ottimi relatori che ci hanno illustrato il loro punto di vista (quello di un prof. Universitario esperto in teatro e quello di un attore professionista) con grande levatura professionale e soprattutto, con grande amicizia verso il nostro mondo di attori amatoriali.
 
Ettore Cibelli presidente F.I.T.A. Lombardia
Ettore CibelliNoi facciamo "tranquillamente" il nostro teatro!
Fuori dal teatro ci aspetta un mondo in cui la diffidenza, l'egoismo, la superficialità, l'aggressività sono elevati a Sistema (Sistema proposto continuamente anche dalle televisioni ad adulti e bambini)
....e noi facciamo teatro filodrammatico!
Oggi, alcune Religioni, anziché offrire soprattutto carità, accoglienza, comprensione, sono usate per ghettizzare o manipolare consenso o, ancora peggio, per uccidere o sottomettere con azioni terroristiche gli altri.
....e noi facciamo teatro filodrammatico!
Oggi si acuisce sempre più il divario tra i pochi che hanno molto ed i molti che non hanno assolutamente nulla. Anche nel nostro civile occidente stanno vistosamente aumentando le nuove povertà.
....e noi continuiamo a fare teatro filodrammatico!
Perchè?
Oggi, la Cultura è spesso relegata a cenerentola, giacchè non porta audience o denaro, o voti.
Quindi in un contesto sociale in cui non si favoriscono le attività culturali, creative, artistiche, qual'è il senso del fare Teatro, non per mestiere, ma in qualità di Filodrammatici?
Cosa vogliono, si aspettano, cosa cercano, questi teatranti "fuori orario"
Ma soprattutto cosa ci dobbiamo aspettare dagli Amatori?
Non dovrebbero essere proprio loro, non legati da problematiche di audience, cassetta, tempi di realizzazione, a portare avanti un ideale di Cultura senza se e senza ma?
Non dovrebbero essere proprio loro, nelle più sperdute periferie a portare un momento di riflessione, di speranza, alla gente, attraverso i propri spettacoli?
Non dovrebbero essere proprio loro a offrire il proprio gratuito lavoro per contribuire ad un mondo migliore? A un mondo pacificato, senza steccati, senza diffidenze, senza manipolazioni?
Non dovrebbero sentirsi parte unica di un corpo vivo offerto per un cambiamento sociale?
Peraltro, il teatro amatoriale rappresenta uno dei pilastri del mondo dell’associazionismo culturale.
In un convegno del 1998 promosso da Fita con le altre federazioni nazionali di teatro amatoriale, e con l’Agis, vennero diffusi i seguenti dati stimati: 4000 Gruppi filodrammatici sul territorio nazionale, 62.000 associati, 40.000 spettacoli all’anno, circa 5 milioni di spettatori; producono 1/3 delle entrate Siae-prosa .
Siamo allora coscienti di essere una forza? O siamo rinunciatari di una più incisiva azione sociale-culturale, perchè solo protesi a salvaguardare il nostro orticello?
 
Gaetano Oliva docente di Storia del Teatro presso l'Università Cattolica di Milano
Gaetano OlivaIl teatro amatoriale è uno strumento prezioso, capace di assolvere alle più varie funzioni sul piano pedagogico e psicologico: la riflessione sistematica su questo argomento prende il via negli anni Trenta, periodo in cui il riconoscimento dell’importanza del gioco comporta una attenzione nuova e diversa.
Il Binomio Teatro e Educazione considera le arti espressive come una particolare forma di linguaggio, di dialogo sempre vivo, nuovo e originale e ci si domanda se il teatro non possa rappresentare in questo caso una liberazione dal meccanicismo e dal tecnicismo caratteristici del nostro tempo.
Il teatro, quindi, come via di libertà che non ha vincoli, che esprime liberamente chi lo crea, nell’attimo in cui lo crea e secondo la volontà che lo crea: un teatro che è per sua natura stessa "attualità" e "novità", che non può essere quindi rinchiuso nella ripetizione e nella routine. L’attività teatrale come fonte di creatività, stimolatrice di espressività e mezzo efficace di comunicazione umana e sociale. In particolare, favorisce lo sviluppo delle facoltà creative, le arricchisce, le completa e le perfeziona attraverso il dialogo e la drammatizzazione, offre la possibilità di esprimersi in maniera personale e di trovare, attraverso la propria creatività, la fiducia in se stessi
Mi sembra curioso il percorso educativo verso una maggiore fiducia in se stessi proprio attraverso la creatività, tramite la scoperta di idee e di parole proprie, impensate e spesso trascurate per altre attività che sottovalutano l’importanza della fantasia.
Inoltre, il dialogo nel teatro aiuta a comunicare, ad entrare in rapporto diretto con gli altri e questo può essere considerato un fatto sociale, indice di un processo di socializzazione.
A questo proposito, è importante notare che è proprio nella relazione con gli altri che si prende coscienza di se stessi, si realizza la propria autenticità e si raggiunge un arricchimento interiore, oltre una maturazione della personalità.
Il lavoro teatrale rappresenta, inoltre, una valida ed efficace motivazione allo sviluppo dello spirito di osservazione, delle capacità intuitive, espressive e critiche, e offre nuove occasioni di ricerca e di elaborazione personale, in vista di una conquista di una vera autonomia. A proposito di ricerca, voglio citare una frase dal Galileo di Brecht. Dice Galileo al suo discepolo Andrea: Ci attende un grande viaggio, perchè l’evo antico è finito e siamo nella nuova era. Da cent’anni è come se l’umanità si aspettasse qualcosa. Le città sono piccole, le teste altrettanto, piene di superstizioni e di pestilenze. Ma ora noi diciamo, visto che così è, così non deve rimanere, perchè ogni cosa si muove, amico mio. E ancora: Tutto il mondo dice: d’accordo, sta scritto nel libri, ma lasciate un po’ che vediamo noi stessi. Sono parole che testimoniano la condizione di uomini in continuo cammino: ogni cosa si muove, ma se l’uomo rinuncia a seguirla la sua testa diventa piccola e piena di pestilenze. La strada verso l’autonomia si compie attraverso il veder da se stessi e il teatro può essere uno dei luoghi in cui si compie la ricerca. Il teatro poi, come lavoro collettivo, educa nella misura in cui rende concrete le tensioni che dal lavoro comune si generano e le libera nel momento della rappresentazione, sempre improvvisa e irripetibile. Se allora il teatro, strumento di conoscenza e processo liberatorio del gruppo che lo elabora, è studio e ricerca, per principio mai terminata, interrotta soltanto a volte dall’esplosione pacificatrice della rappresentazione, il teatro può ancora oggi essere ipotizzato come nuovo "luogo" educativo, o quanto meno come momento di rottura delle rigide costrizioni della scuola e della cultura tradizionale.
Questo nuovo luogo educativo, attraverso la caratteristica di mimesis, offre anche la possibilità di ripensamento dell’esistenza e la recupera in ciò che si osserva e si giudica nella realtà, diventa uno strumento riflettente.
Accenniamo ai diversi aspetti di questa attività che si presenta: come creatività vera e propria, quale stimolo espressivo specifico dell’individuo, della sua originalità e personalità; come dinamica di gruppo, per cui la teatralità del singolo è intesa come momento socializzante, cioè come momento in cui le singole personalità si fondono e si raccordano continuamente; come attività didattica, in quanto la drammatizzazione favorisce lo sviluppo dei vari modi di comunicazione: gestuale (mimica), vocale (linguaggio), artistico (pittura, burattini), musicale (ricerca di ritmi e di musiche, canti).
E in modo particolare ciò accade nel teatro sinergico, che è un teatro di gruppo. Non del regista né del primo attore non del coreografo né dello scenografo... ma di tutto il gruppo. Il teatro è in questo caso gioco di squadra realizzato con la piena e la libera partecipazione di tutti i componenti del gruppo, composto da persone che vivono insieme un rapporto di grande amicizia; ogni suo membro è preoccupato non della diversità dei singoli ruoli, ma dell’eguaglianza in dignità riconosciuta in ciascuno; le motivazioni che tengono insieme il gruppo non sono interessi privati ed egoistici ma di tutti, che si esprimono nell’opera d’arte, finalizzata a promuovere coscienza e solidarietà nel pubblico con il quale si comunica.
Credo che queste poche righe illuminano sulla ricchezza della vocazione educativa del teatro amatoriale e offrano numerosi spunti mettendo a fuoco la questione di fondo: il teatro di cui voglio affermare il valore educativo non è quello considerato come fine a se stesso; ma come motivazione allo sviluppo personale.
Nel teatro, questo bisogno di comunicare porta ad uscire dal proprio guscio, dalla solitudine narcisistica o depressiva e ad aprire gli occhi, ripulirli, renderli trasparenti: già il guardare la vita con curiosità e meraviglia è comunicare. Infatti, quando guardiamo qualcosa cerchiamo di "capire" com’è, che cosa è, i suoi perchè, lo fissiamo, lo ripensiamo, lo utilizziamo, lo animiamo. Qualcosa di quella realtà l’abbiamo presa, è diventata parte di noi stessi. Nel teatro l’attore non deve mai interrompere questo contatto. Gli occhi devono sempre vedere e mai di sfuggita, altrimenti difficilmente potremmo prendere o dare qualcosa: fare teatro aiuta invece a fissare lo sguardo con coraggio e penetrazione sulle cose che ci circondano. Non solo: ciò a cui ci spinge il teatro è uno sguardo di verità. C’è, infatti, un guardare vero, interiore, e uno esteriore, formale, vuoto. Lo sguardo vuoto è segno di morte e fa morire. Lo sguardo interiore, quello vero, è scambio di vita. È un lento educarsi a questo sguardo di vita uno sguardo benevolo e benedicente che avvia un contatto con la realtà leale e sereno ad una comunicazione autentica con il proprio essere ed il mondo.
In altre parole potremmo dire che questo sguardo toglie il velo rivela molte cose sia sulla realtà esteriore che interiore. Quindi il teatro viene inteso non più come causa di liberazione o di impegno diretto; non più il teatro come esemplarità; non più il teatro come espressione di completezze umane; ma il teatro come stimolo, come provocazione al dramma dell’uomo di fronte alle cose. La strada dell’armonia, di un io composito, passa dunque attraverso il conflitto, attraverso il dramma.
Al centro c’è l’uomo e il suo io che non sfuggono alla forza della legge darwiniana, intesa in questo senso: l’evoluzione, per l’uomo, continua non certamente per sfociare in altri esseri, ma per renderlo sempre più uomo e per ampliare sempre più la propria capacità di coscienza; quindi, attuare fino al massimo le immense possibilità di essere, che la sua natura spirituale gli conferisce. In questo cammino, il teatro è uno strumento perchè non accada che più che i soggetti, diventiamo le vittime d’un adattamento passivo e fatale che tende a riassorbirci nell’immobilità delle cose al di qua delle conquiste della vita. Ed è allora anche grazie al teatro e a tutto ciò che ha in sé un valore formativo, che è la funzione e lo stadio umano per eccellenza del fenomeno evolutivo, che l’uomo diventa il nuotatore che divide le acque del mondo col suo solco volontario.
 
Antonio Zanoletti attore
Antonio ZanolettiIl senso del nostro fare teatro, oggi che il contesto sociale è estremamente complesso e tribolato, va focalizzato sempre di più.
Oggi, che si tende a fare teatro d’evasione, che la televisione invade sempre più il palcoscenico; che ci si vuole riscattare dandosi dignità (vedi Manuela Arcuri che fa teatro "perchè fa curriculum"), sempre di più si deve avere una responsabilità morale.
L’etica del far teatro, che è una materia che una volta s’insegnava nelle accademie o i vecchi attori la trasmettevano alle giovani leve, sottintende un amore accanito ed esclusivo. Oggi che il Teatro "ufficiale" si svende illudendosi di rinnovarsi, in realtà peggiora la situazione e aggrava sempre di più lo stato delle cose.
Occorrono attori che abbiamo la "vocazione" al teatro. Con la consapevolezza che è "fatica". Oggi, la Fita coi suoi componenti, deve, ed i tempi sono maturi, rialzare la testa e riappropriarsi della propria dignità. Deve guardare all’antica tradizione italiana, ossia a quando le grandi "compagnie teatrali" agivano solo nelle grandi città tagliavano fuori le piccole cittadine, il "teatro amatoriale" aveva la funzione di diffusore capillare della cultura come certe sorgenti sotterranee che alimentano, non viste, il terreno. Ma deve farlo puntando ai grandi autori, ai grandi testi, e ce ne sono! Non scimmiottando i grandi musical americani o nostrani, ma rispondendo a questi con la propria identità.
C’è inoltre un sentimento di fraternità che va recuperato. Il teatro unisce, abitua al confronto, in modo costruttivo.
Credo in un severo impegno verso noi stessi, gli altri, verso la vita. Teatro, è lacerazione di sé, tanto è compenetrato in chi lo fa. Dedizione assoluta. Il nostro è un lavoro quotidiano, è amore per il "mestiere", è farlo bene. Teatro come lavoro umano.
Noi siamo strumenti insostituibili della "poesia" del Teatro, e lo dobbiamo fare con fierezza. Ci si deve fare attraversare dal senso del "sacro" che è nel teatro, ne è una sua componente. È una gioia alla vita che va comunicata agli altri. Dobbiamo avere, oserei dire, "l’umile orgoglio" di farlo, e di farlo bene, questo mestiere.
Tanto più il teatro ufficiale si perde e perde un proprio centro, tanto più dobbiamo noi filodrammatici, noi Fita, proteggerlo e custodirlo.
È tutto qui il senso del fare teatro ed il valore del nostro mestiere: questo continuo rifarsi di se stessi con l’anima sempre libera e fresca. Difendere questo diritto a farlo con schiettezza e a parlare con il mezzo del Teatro. Difenderlo con serenità, calma, saggezza e soprattutto amore. Quest’ultimo è un termine che non si usa più o perchè logorato dal troppo uso (improprio) che se ne fa, o per sbagliato pudore.
Ho la netta sensazione che, passati certi interesse per spettacoli evasivi, tutti "tacchi e tette", finita l’adorazione della televisione che ormai diventa parodia di se stessa, finita l’ondata utopistica-eversiva-infantile-rivoluzionaria, messo in crisi il teatro di questo tipo che ormai ci ha rotto le scatole, credo che con l’aiuto di un pubblico ri–educato al Teatro vero, si potrà uscire dal tunnel.
Credo che il pubblico abbia voglia di ritrovare certi bisogni di cultura. Un pubblico, quello teatrale di elite, non l’elite della pelliccia, ma l’elite che va a teatro come scelta, per mettersi in discussione con noi sul palcoscenico perchè spinti da una urgenza.
Facciamolo bene questo mestiere. Discutiamone pure fra noi, abituiamoci a discutere, non per distruggere, ma per costruire. Il Teatro deve essere incandescente. Leggiamo, leggiamo tanto. Fra di noi, nei nostri gruppi, come compito, dovremmo almeno leggere un testo ogni 15 giorni, o meglio ogni settimana. Un testo nuovo. È così che ci si forma una cultura, un senso critico. E andiamo a vedere gli altri che fanno teatro anche per imparare o imparare a non fare gli stessi errori. Il senso critico non vuole dire denigrare gli altri, ma analizzare ciò che si vede.
Si dovrebbe davvero essere orgogliosi di un privilegio. Ossia, pur se in mille difficoltà, il Teatro che si fa, lo si fa per amore.
Amatoriale: riscattiamo questa parola. Ridiamogli la dignità ed il giusto senso. Ma non a parole, con i fatti.
Pensate a quanta ampiezza mentale vi è in una persona che fa teatro; con la possibilità che ha di analizzare il pensiero, il comportamento umano. E come con ciò si impara la tolleranza verso l’uomo, verso l’altro, che è fatto anche di errori, di colpe, fatto di materia fragile. La fragilità umana ci dovrebbe abituare alla tolleranza.
Il discorso ci porterebbe lontano....
Siate felici di essere dei privilegiati pur nelle difficoltà. C’è chi sta peggio. Pensate a chi non è abituato al confronto, al dubbio. Lodate il dubbio, diceva Brecht, ci abitua alla tenerezza nei confronti dell’umanità. Che cosa c’è di più tenero, struggente, di un uomo che si sforza di essere un altro da se’, che crede in una finzione che quando è sublime è più vera del vero. Che cosa c’è di più sacrale di uno spazio dove rispecchiarsi e guardare dentro di noi, stando su povere tavole di un palcoscenico che è zattera alla deriva, isola, luogo del ritrovarsi fra gente che fa e gente che guarda.
 
Conclusioni Ettore Cibelli (dopo dibattito con il pubblico)
Sono auspicabili più frequenti dibattiti di taglio socio-culturale per dare più spessore al nostro fare teatro.
- Dobbiamo acquisire maggiore consapevolezza di essere portatori di un bagaglio umano e culturale messo a disposizione dell’intera comunità in cui operiamo (spesso nelle periferie o nelle piccole cittadine).
- L’importanza del nostro ruolo sotto l’aspetto culturale, all’interno della società in cui operiamo, si realizza appieno con un costante impegno in termini informativi e formativi.
- Noi filodrammatici siamo orgogliosi della nostra identità, della gratuità del nostro operare, della nostra libertà da condizionamenti di botteghino o di scelte commerciali.
- Dobbiamo spingere per una maggiore aggregazione: siamo in tanti, facciamo cose notevoli, ma socialmente non siamo una forza. Possiamo e dobbiamo contare di più.
- Non siamo alieni dal confrontarci coi nostri fratelli maggiori, i professionisti, ma non per misurarci, bensì per un benefico interscambio culturale e di esperienza.